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Cineforum Novembre 2026

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I FIGLI della SCIMMIA — Tommaso Landucci

di Riccardo Bernini

Ciò che colpisce immediatamente ne I figli della scimmia di Tommaso Landucci è l'asciuttezza della rappresentazione, la capacità del film di porre fin dalle prime sequenze gli elementi essenziali del proprio discorso. La disabilità, la differenza, quella che lo sguardo del normodotato percepisce come una stortura rispetto alla presunta regolarità dell'esistenza, vengono esposte senza mediazioni e senza particolari concessioni sentimentali.

Il giovane protagonista, affetto da una forma di paresi spastica, ci viene mostrato mentre fa il bagno con l'aiuto del padre. È una scelta significativa, perché introduce immediatamente lo spettatore nella concretezza di una condizione quotidiana, fatta di gesti, necessità, dipendenze e relazioni. Non c'è un percorso preparatorio, né un progressivo avvicinamento al problema: la realtà è già presente, nella sua materialità, e il film ci chiede semplicemente di prenderne atto.

Pur con limiti piuttosto evidenti, I figli della scimmia si configura come un efficace dramma familiare. Ed è proprio questa dimensione a interessarci maggiormente nel contesto della nostra rassegna: non tanto la disabilità considerata isolatamente, quanto il modo in cui essa interviene nella costruzione e nella trasformazione dei rapporti affettivi.

Al centro della vicenda troviamo soprattutto un padre, la cui esistenza è profondamente segnata dal rapporto con il figlio disabile e con il nipote normodotato. La presenza di quest'ultimo introduce una possibilità inattesa: quella di esercitare un ruolo educativo e affettivo differente, meno condizionato dalle difficoltà che caratterizzano la relazione con il proprio figlio.

È qui che i ruoli cominciano a sovrapporsi e a confondersi. Nel rapporto con il nipote emerge, quasi inconsapevolmente, la possibilità di una paternità alternativa, di un'esperienza che sembra restituire al protagonista qualcosa che la sua condizione familiare gli ha impedito di vivere pienamente. Non si tratta necessariamente di un desiderio consapevole di sostituzione, quanto piuttosto dell'affiorare di un'ipotesi esistenziale: come sarebbe stata la sua vita se le cose fossero andate diversamente?

Il dramma del film si concentra essenzialmente in questa contraddizione. Il padre ama il figlio, ne condivide la quotidianità, ne assume le necessità, ma conosce anche la stanchezza, la frustrazione e il peso di una convivenza complessa, che inevitabilmente coinvolge anche il rapporto con la moglie.

Non è tanto il desiderio concreto di un'altra esistenza a tormentarlo, quanto il suo improvviso manifestarsi come possibilità mentale. Un pensiero fugace, talvolta persino inconfessabile, che non si traduce necessariamente in una volontà, ma che basta a incrinare l'equilibrio della sua esperienza.

La crisi che successivamente investe la famiglia del fratello interviene a modificare questa prospettiva, riportando i rapporti entro una diversa consapevolezza. Ciò che sembrava costituire un'alternativa alla propria condizione rivela a sua volta fragilità e contraddizioni. La distinzione tra una famiglia problematica e una famiglia apparentemente normale perde così parte della propria evidenza.

Da questo punto di vista, I figli della scimmia possiede una qualità quasi neorealista, soprattutto nella volontà di confrontarsi direttamente con la materialità dell'esistenza e con le sue contraddizioni. Rimangono, tuttavia, alcune debolezze riconducibili a una certa fragilità interpretativa del cinema italiano contemporaneo, che talvolta impedisce ai personaggi di raggiungere una piena complessità espressiva.

Eppure, questi limiti non compromettono l'efficacia complessiva dell'opera. La presenza di un giovane interprete realmente disabile, chiamato a confrontarsi con una condizione che appartiene anche alla sua esperienza personale, conferisce alla rappresentazione una particolare forza di realtà. Il suo corpo non è la simulazione di una differenza, ma la presenza concreta di quella differenza all'interno di una costruzione cinematografica.

Viene inevitabilmente alla mente Le chiavi di casa di Gianni Amelio, un film che affrontava, attraverso una diversa elaborazione narrativa, il rapporto tra paternità, disabilità e riconoscimento reciproco.

Anche nel film di Landucci la questione fondamentale non consiste nello stabilire se la disabilità renda una famiglia migliore o peggiore, più unita o più fragile. Si tratta piuttosto di osservare come una determinata condizione trasformi le possibilità dell'esistenza, producendo legami, tensioni, rinunce e desideri che non possono essere ricondotti a un semplice giudizio morale.

I figli della scimmia non è dunque un'opera priva di difetti, né un film che raggiunga sempre i propri obiettivi sul piano strettamente cinematografico. Ma possiede una qualità essenziale: costringe a guardare la disabilità non come un'eccezione da contemplare, bensì come una realtà attraverso la quale interrogare la famiglia, la responsabilità e la complessità dei sentimenti umani.

Ed è precisamente in questa prospettiva che trova la propria ragione d'essere all'interno della nostra rassegna.


 

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LA GUERRA E’ DICHIARATA (2011) di Valérie Donzelli

di Riccardo Bernini

si potrebbe pensare che La guerra è dichiarata (2011) di Valérie Donzelli non sia un film che rientra nella panoramica di una cinematografia orientata a raccontare la disabilità. Perché? Perché, senza timore di rivelare il finale — non stiamo parlando di un film giallo, se non del giallo dell'anima, di quel mistero che è l'essere genitori, per il quale non esiste alcun manuale —, il film racconta la vicenda di un bambino colpito da un tumore maligno al cervello e la lunga battaglia che la sua famiglia deve affrontare per consentirgli di sopravvivere.

Qualsiasi genitore, di un figlio normodotato o di un figlio che vive una condizione di disabilità, si trova inevitabilmente di fronte alla domanda su che cosa significhi essere padre o madre, su quale responsabilità comporti aver messo al mondo un essere umano. Nel film il piccolo Adam, a soli diciotto mesi, riceve una diagnosi terribile. Viene operato, ma l'intervento non esaurisce il percorso terapeutico, né cancella immediatamente il pericolo. La malattia impone un lungo periodo di cure, controlli, attese e incertezze, fino a un esito che permette di riconoscere una vittoria sulla malattia, senza per questo trasformare retroattivamente l'intera esperienza in una rassicurante parentesi.

La cosiddetta guerra dichiarata è quella di Roméo e Juliette, interpretati rispettivamente da Jérémie Elkaïm e dalla stessa Valérie Donzelli, che firma anche la sceneggiatura insieme al suo coprotagonista. I due amanti di Verona diventano così due amanti francesi, una giovane coppia borghese che si incontra nell'ambito dello svago, durante una festa, in uno di quegli spazi nei quali la borghesia giustifica se stessa, giustifica la propria esistenza, il proprio percepirsi, il proprio esserci e il proprio consistere.

Ma questa borghesia deve improvvisamente affrontare la propria mancanza. E la sua mancanza consiste proprio nel non prevedere la diversità, nel non contemplare l'eventualità di uno scarto rispetto a quell'ordine dell'esistenza che considera naturale. Potremmo parlare di un gradino differente, di un diverso livello di esperienza, di una percezione della vita che non coincide più con quella precedentemente conosciuta. Perché nessuno, nell'orizzonte rassicurante della normalità, vorrebbe neppure immaginare che un bambino appena affacciatosi alla vita possa essere già colpito da un tumore maligno.

Eppure il film non ci autorizza a pensare che la guerra dichiarata sia semplicemente finita. Ci autorizza a riconoscere un momento di serenità nella vita di queste persone, una possibilità di continuare a vivere dopo aver attraversato una condizione estrema. Non ci autorizza, invece, a concludere che il periodo dell'attenzione sia definitivamente terminato, che la famiglia possa abbassare la guardia e guardare altrove, come se la guerra si fosse risolta in una sorta di metafisica pace.

No. Il film lascia aperta una questione molto più profonda: una volta incontrata una difficoltà di questa natura, l'esistenza non può semplicemente ritornare a essere quella di prima. Anche quando la malattia viene superata, resta l'esperienza di averla attraversata. E forse sarà lo stesso bambino, una volta cresciuto, a dover fare i conti con quella parte della propria storia che ha preceduto persino la sua possibilità di comprenderla.

Ma l'interesse del film, almeno rispetto alla prospettiva che qui vogliamo assumere, sta soprattutto nel fronte interno. In ciò che accade dentro quella vita familiare complessa, dentro quell'organismo che è la famiglia, spesso presentato come il luogo naturale della protezione, dell'amore e della sicurezza, ma che può essere anche un organismo infetto, difettoso, attraversato da contraddizioni, e talvolta persino il nido di ogni iniquità.

Non si tratta naturalmente di sostenere che la famiglia rappresentata da Donzelli sia un luogo di iniquità. Si tratta piuttosto di riconoscere che la famiglia, in quanto organismo sociale, non è mai garantita dalla propria definizione. Non basta chiamarla famiglia perché essa sia automaticamente un luogo di protezione. Occorre vedere come reagisce, come si modifica, come affronta ciò che mette in crisi le sue condizioni di esistenza.

In questo contesto, l'amore a prima vista di Roméo e Juliette incontra progressivamente la complessità del vivere insieme. Non soltanto quella affettiva, ma anche quella economica e sociale. La malattia di un figlio non modifica esclusivamente il rapporto dei genitori con il bambino: modifica i tempi, gli spazi, le disponibilità, le relazioni, le prospettive individuali. Impone una riorganizzazione dell'esistenza che coinvolge l'intero nucleo familiare e le persone che gli stanno intorno.

E tutto questo avviene senza che sia possibile conoscere anticipatamente l'esito della vicenda. La difficoltà può risolversi in un mutamento irreversibile delle condizioni di vita del bambino, può condurre alla sua morte oppure, nel migliore dei casi, a una guarigione. Ma trattandosi di un tumore, e soprattutto di una malattia che interviene in un momento così precoce dell'esistenza, permane un enigma. La vita futura non può essere interamente prevista, e la medicina, pur intervenendo con tutti i suoi strumenti, non può abolire la dimensione dell'incertezza.

Questo genera nel contesto familiare una pressione emotiva precisa, un cambiamento di scala nella percezione delle cose, una trasformazione del livello di attenzione di tutte le persone coinvolte. Ciò che prima appariva importante può diventare insignificante; ciò che sembrava marginale può improvvisamente occupare il centro dell'esistenza. La famiglia deve imparare a misurare il tempo in maniera differente, a riconoscere altre priorità, a convivere con una condizione nella quale la serenità non coincide necessariamente con l'assenza del pericolo.

Ed è forse questo l'aspetto tematicamente più interessante rispetto alla nostra volontà di mostrare una cinematografia che interroghi la disabilità e, più in generale, la differenza.

Vogliamo comprendere come un genitore si ritrovi ad affrontare il problema di essere padre o madre di un figlio che attraversa una difficoltà, che vive o rischia di vivere una condizione di permanente differenza rispetto alla norma.

E si badi bene: quando parlo di differenza dalla norma, intendo mettere in discussione proprio il significato più dispregiativo che questa espressione può assumere. Quello attraverso il quale i cosiddetti normodotati si riconoscono come i normali, contrapponendosi ai cosiddetti disabili, agli handicappati, a tutti coloro che vengono collocati fuori da una presunta misura universale dell'essere umano.

La norma, in questo senso, non è semplicemente una condizione fisica o biologica. È una costruzione sociale, una forma di riconoscimento e, soprattutto, un criterio attraverso il quale si stabilisce chi possa considerarsi pienamente appartenente a un determinato ordine dell'esistenza.

Il film di Donzelli non racconta propriamente la vita di una persona disabile. Racconta però qualcosa che precede e accompagna molte esperienze della disabilità: il momento in cui una famiglia scopre che il proprio progetto di vita non coincide necessariamente con le possibilità effettive dell'esistenza. E che l'amore, per quanto necessario, non costituisce da solo una risposta sufficiente alle difficoltà materiali, emotive e sociali che ne derivano.

In questa prospettiva diventa particolarmente interessante osservare come la famiglia reagisca, come si ricomponga e come possa anche disgregarsi sotto il peso di una situazione che nessuno dei suoi componenti aveva previsto. Il film ci mostra momenti di grande tensione e momenti di autentica serenità, senza che gli uni cancellino gli altri, senza che la felicità rappresenti una smentita della sofferenza o la sofferenza diventi l'unica verità possibile di quelle esistenze.

Perché il confronto con la vita non finisce quando si supera una prova.

E forse è proprio questo il significato più profondo della guerra dichiarata: non la celebrazione di una vittoria definitiva, ma la scoperta che vivere significa anche accettare l'impossibilità di una pace garantita.

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